GIANO DELL'UMBRIA PDF Stampa E-mail

  GIANO DELL’UMBRIA

La storia, i monumenti, gli itinerari

I castelli, l’abbazia di San Felice, i monti Martani.

 

Interventi di Paolo Morbidoni
EDIZIONI ERANUOVA
Collana: L’Istrice. Beni culturali artistici e ambientali.

Indice

Premessa, Riccardo Petroni                                                 
Introduzione, Paolo Morbidoni    

I CASTELLI
Da Giano a Montecchio
Madonna del Fosco       
Castagnola                                 
Montecchio                                
Bastardo e la via Flaminia           
Bibliografia                                  

 

 

PREMESSA

Con la pubblicazione della guida storico artistica di Giano dell’Umbria si colma una lacuna grandissima per quanto riguarda la promozione turistica del territorio.

Ogni pezzo di questo terra, ogni pietra antica, ogni vicolo, ogni chiesa custodisce una storia che rappresenta l’humus naturale in cui affondano radici e tradizioni della nostra comunità. Un patrimonio unico e straordinario che è necessario non disper­dere e tramandare alle generazioni future. Il grande impegno di tutela trova nella guida un naturale complemento; uno strumento di conoscenza e di condivisione che è, di per sé, una forma straordinaria di salvaguardia.

L’Amministrazione Comunale intende, in questo modo, rafforzare il proprio ruolo propulsivo nella valorizzazione del turismo culturale ed ambientale, offrendo una ospitalità qualificata non solo a chi si trovi a visitare Giano dell’Umbria per la prima volta, ma anche in generale a coloro che vogliano conoscere meglio la realtà del ter­ritorio.

Tutto questo con l’auspicio che Giano diventi sempre di meno un luogo di transi­to verso altre mete importanti e città d’arte, e sempre di più luogo di scoperta, di sosta prolungata, alla ricerca di quelle piccole meraviglie artistiche e naturalistiche che sono state considerate per anni, e a torto, di minore attrattività.

Ringrazio le persone che hanno collaborato direttamente e indirettamente alla stesura di quest’ opera, sperando che possa dare un contributo di conoscenza a tutti coloro che avranno occasione di prenderla in mano e di leggerla.

Palazzo del Municipio (foto Pro Loco)
Panorama

Il Sindaco
Riccardo Petroni

INTRODUZIONE

A Giano non si arriva per caso: un po’ per la sua posizione geografica - a ridos­so dei Monti Martani - “vulnus” antico nell’azzurro opalino del paesaggio, un po’ per la carenza di segnalazioni che alimentano la sua fama di paese sdegnoso e soli­tario, raggiungibile sì ma a fatica.

Eppure vale la pena imbarcarsi nel viaggio, fidandosi della propria capacità di orientamento (e laddove non arriva, dei modi gentili della gente del luogo) per ripa­rare un poco dai guasti quotidiani.

Le ferite causate da una dissennatezza urbanistica che ha imperato per un ven­tennio sono ben visibili anche qui, pronte a rompere armonie, a guastare scorci, a forzare geometrie antiche, ma non alterano nella sostanza l’atmosfera unica di que­sti luoghi, che rappresentano ancora il compromesso più accettabile tra la vita del­l’uomo e quella della natura.

Occorre cercare bene, abbandonare la macchina molte volte, per percorrere a piedi i viottoli stretti dei borghi o per affrontare i sentieri che tagliano la montagna in infinite parti, optando per quelli meno frequentati che sono quasi sempre i più suggestivi.

Le falde digradanti dei Monti martani, fanno di ogni piccolo centro una terrazza sulla valle umbra e di ogni presenza antica una perla preziosa da scoprire.

Giano è una terra impregnata di spiritualità, segnata dalle impronte incancella­bili di grandi Santi come San Felice e San Gaspare e dall’umile apostolato di indo­miti religiosi come Frate Giordano.

  La ricerca di una intima simbiosi tra natura e storia trova soddisfazione nella visita di importanti luoghi come il Santuario della Madonna del Fosco, immerso nel verde o come la Chiesa di San Francesco a Giano, singolare esempio di contamina­zione artistica che vede insieme tesori che vanno dal trecento al settecento.

Un percorso suggestivo, che ha certamente il suo punto di arrivo naturale nella splendida Abazia di San Felice, la cui storia inizia in tempi remoti, anteriori all’an­no mille.

La sua austera architettura romanica, essenziale, ostile alla soverchia, oltre ad essere una testimonianza ineguagliabile della capacità dei monaci benedettini di adattare 1’ ingegno umano alla natura dei luoghi, aiuta a spogliare la mente dalle incrostazioni della vita quotidiana e a rallentare i suoi ritmi frenetici, ridandoci per un attimo l’ebbrezza di una vita lenta, di una slow life.

Dice Proust che “Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma guardare con nuovi occhi”. Ebbene questa guida vuole essere innanzitutto una lente d’ingrandimento, uno strumento agevole in grado di soddisfare in primo luogo il bisogno di conoscenza del turista, ma anche una sollecitazione per gli abitanti del luogo ad approfondire la ricerca delle proprie radici e della propria storia.

L’impianto semplice e le note sintetiche non hanno intaccato il rigore storico e artistico che ha guidato l’autrice Paola Salvatori nella stesura dell’opera.

Non c’è pretesa di completezza: la guida è come un sassolino lasciato lungo stra­de che ciascuno percorre secondo il proprio gradimento e il tempo di permanenza.

Il fascino dei piccoli centri come Giano sta proprio in questo “viaggiare” libera­mente. Non ci sono tappe obbligate, itinerari turistici predisposti, il piacere della scoperta è lasciato intatto come la libertà di inoltrarsi nei borghi ospitali, di imbat­tersi nella pieve romanica o nel suggestivo scorcio panoramico.

L’ Amministrazione comunale, dando continuità ad uno sforzo di recupero e di valorizzazione di questo patrimonio, ha inteso offrire a tutti una piccola bussola mediante la quale orientarsi e - se del caso - contestualizzare la propria ricerca.

L’attenzione è rivolta in primo luogo alle emergenze storico-artistiche, con una appendice significativa dedicata alle bellezze naturali, paesaggistiche e alle produ­zioni di qualità; questo perché una visita a Giano non può prescindere dalla cono­scenza delle peculiarità ambientali e dei prodotti tipici di questa terra.

Alla fine di questo viaggio vi accorgerete di quanto il congedo sia una pena: l’a­dattamento del corpo e soprattutto dello spirito a questi luoghi, lontani da strade scontate e dal brulicare umano, rende difficile il viaggio a ritroso. Pur se i cartelli che indicano la strada del ritorno sono quasi ostentati dinanzi ai vostri occhi (stra­no scherzo del destino), la partenza avviene con qualche indugio: Giano bifronte, vetusto dio dei passaggi e dei cancelli, saluta dal suo Olimpo

Paolo Morbidoni
Assessore alla Cultura

 

LA STORIA 

Giano dell’Umbria sorge su una collina a 546 metri s.l.m. ed è chiusa a sud dai monti Cucco (821 m.) e Martano (1094 m.) - gruppo montuoso che divide la Valle umbra dalla media valle del Tevere.

La cittadina sembra derivi il suo nome dalla presenza di un tempio pagano dedicato al dio Giano, antica divinità a due facce, molto vene­rata dalle popolazioni italiche; dio delle porte e dei passaggi, presiedeva a tutti gli inizi e in par­ticolare a quello dell’anno.

Tale culto continuò a sopravvivere anche nel cristianesimo locale: infatti il titolo dell’antica pieve di Giano, detta S. Maria di Lucciano, di cui è evidente la derivazione dal latino “Lucus Jani”, ovvero “Bosco di Giano”, testimonia della sacralità del luogo dedicato al dio» (1).

(1) Si suppone quindi che sia stato un vicus romano o meglio un pagus data la sua connotazione rurale in quanto la prima denominazione si riferiva alla suddivisione di un’area  urbana, pratica molto usata dai Romani - nato e sviluppatosi nelle  vicinanze della via Flaminia, princi­pale arteria di comunicazione culturale e commerciale che collegava Roma con il mare Adriatico.

 Sicuramente oggetto d’invasioni durante le incursioni barbariche, il castello risorse nel Me­dioevo diventando tanto potente da estendere il suo dominio su alcuni villaggi circostanti.

Nel 1077 Giano, insieme ai castelli limitrofi di Castagnola, Montecchio, Morcicchia e Clari­gnano, si schierò al fianco di Spoleto, che gra­vitava nell’orbita dell’impero, nella lotta fra quest’ultimo (nella figura di Enrico IV) e il papato (in quella di Gregorio VII), il quale aveva chiamato in soccorso il re normanno Roberto il Guiscardo.

Circa un secolo dopo, a seguito della discesa in Italia dell’imperatore Federico Barbarossa, Giano fu di nuovo al fianco di Spoleto nell’ope­ra di difesa della città, che tentava di opporsi al giogo imperiale.

Spoleto infatti, essendosi rifiutata di pagare il “fodro”, ovvero la tassa per il sostentamento dell’esercito imperiale (o, secondo altre versio­ni, avendola pagata con moneta locale), osò affrontare l’imperatore che si era accampato con il suo esercito nella piana spoletina. Gli spoleti­ni tentarono una sortita ma il tentativo di sor­prendere i soldati fallì: a ciò seguì la violenta reazione dell’imperatore il quale, all’alba del 27 luglio 1155, ordinò ai suoi di entrare nella città  oramai priva di uomini - e di appiccare il fuoco. Molti dei fuoriusciti superstiti ripararono a Giano e qui furono nascosti.

Verso la fine del XII secolo Giano, insieme ad alcuni castelli della zona sopracitati, venne a trovarsi a far parte di una porzione di territorio che, nei documenti antichi, prende il nome di Normandia. (2)

Il possedimento di queste terre fu, fin dagli inizi del secolo successivo, oggetto dell’ina­sprirsi dei contrasti tra il Rettore del Ducato (cioè il rappresentante papale) e il comune di Spoleto il quale, anche se tentò più volte di avanzare pretese su Giano, dovette tuttavia far sempre marcia indietro fino a quando, nel 1247, il cardinale legato Raniero Capocci decise di

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2~Gli storici si dividono circa l’origine di questo nome: una corrente lo fa risalire alla presenza sul territorio di popolazioni normanne le quali, nel 1098, dopo aver assalito la vicina Spoleto, si stabilirono sulla costa orientale dei monti Martani e, essen­dosi date un proprio governo, riusci­rono a mantenersi autonome fino al 1340. Altri lo fanno derivare dal fatto che, questa contrada, di proprietà del Ducato di Spoleto, diventò nel 1198, a seguito della decadenza dello stes­so, possedimento della Chiesa. Gli abitanti, data la diretta amministra­zione del papato, vennero chiamati manuali della curia di Roma e il paese Normandia, perché “norman­ni” equivale a “manuali”.

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 cedere quelle terre, oltre ad altre agevolazioni, alla città, per cercare di allontanarla dall’orbita dell’impero. La decisione, confermata da Inno­cenzo IV, il 20 maggio 1248 e dai successivi pontefici fino al 1261, fu però osteggiata dal Ducato, dalla curia e dai castelli limitrofi, che mal sopportavano i diritti di obbedienza dovuti a Spoleto.(3)

(3) Altri pongono il 1336 come data funesta per la Normandia in quanto, in questa data, il Rettore del Ducato, Bertrando de Dèaulx, decise di sop­primerla.

Tuttavia Giano, particolarmente refrattaria al giogo, si era già autonomamente eretta a comu­ne rurale; nel 1274, a seguito dei vari contrasti fra il Rettore del Ducato Guglielmo Visconti (che mostrava così di dar poca importanza alla decisione del cardinale Capocci e alle successi­ve conferme papali) e la città di Spoleto (che chiamò come mediatori i perugini), si risolse a sottomettersi alla città, ottenendone comunque notevoli concessioni.

Nel 1278 i gianesi si ribellarono nuovamen­te al comune di Spoleto, ma nel 1279 furono costretti alla sottomissione.

Due anni dopo però, il nuovo Rettore del Ducato, Giovanni dé Moralis, riavanzò delle pretese e Spoleto fu costretta a riaffermare la propria potestà su Giano, Montecchio, Macciano e Castagnola.

Nel 1293 Giano decretò nuovamente la pro­pria autonomia.

La diatriba continuò ancora per anni tanto che, nel 1373 Gregorio XI affidò Giano alla signoria degli Atti di Todi, sotto la quale rimase fino al settembre del 1374. Successivamente (1383), passò sotto quella dei Trinci di Foligno fino al 1439. (4)

  (4)Infatti, dall’analisi di documenti d’archivio, già nel 1361 Giano non risulta compreso nell’elenco dei castelli dipendenti da Spoleto e solo un secolo dopo, nel 1440, a seguito di un breve pontificio di Eugenio IV, ritornò alla città.

Nel 1474 il cardinale Giuliano della Rovere si fece restituire da Spoleto le terre donate e solamente nel 1478 Giano, Montecchio e Castagnola le furono rese.

D’ora in avanti non si potrà più parlare di vero e proprio possesso (ad esempio, nel 1490 Giano e Montecchio non risultano nuovamente tra i castelli dipendenti da Spoleto), ma spesso di spontanee annessioni (e solo per questioni di opportunità difensiva), data l’accresciuta potenza del comune spoletino agli inizi del Cinquecento.

Nel 1514 il papa Leone X concesse la signo­ria di Giano al nobile condottiero spoletino Severo Minervio, ma gli abitanti del luogo, non volendo sottostare a quel signore, riscattarono la propria libertà versandogli una notevole somma di denaro.

A seguito di ciò, l’anno successivo, il papa diede l’investitura del castello a Lorenzo Cybo, suo nipote, divenuto già governatore di Spoleto.

Nel 1527 l’esercito della Lega (filopapale) assediò Giano, il quale chiese aiuto al Cybo; in seguito al suo mancato intervento Giano si sot­topose alla protezione di Spoleto.

Tra Lorenzo Cybo e Spoleto sorsero contra­sti e, a seguito della mediazione papale (con bolla del 9 agosto 1529) il castello fu concesso a Spoleto a fronte di un versamento da parte della città al Cybo di una grossa somma di denaro.

Tuttavia, nel 1532 i gianesi si ribellarono di nuovo apertamente a Spoleto. Questa volta la reazione del comune fu volutamente severa ed esemplare: infatti i capi della rivolta, una volta catturati, furono impiccati alle finestre del pa­lazzo comunale.

Tale punizione, unita alla effettiva protezio­ne offerta a Giano da Spoleto - che nel 1536 dettò lo Statuto Comunale conservato presso l’Archivio Comunale - fece sì che Spoleto man­tenesse a lungo la sua giurisdizione sul castello: infatti essa continuò fino al XIX secolo quando, nel 1816/18, Giano fu dichiarato comune auto­nomo, ricompreso nel governatorato di Montefalco (fino al 1860) e confermato tale dopo l’u­nità d’Italia.

 

I CASTELLI

DA GIANO A MONTECCHIO

Santuario della Madonna del Fosco,
Castagnola,
Montecchio

MADONNA DEL FOSCO

Attraverso una strada immersa nel verde, si giunge al santuario della Madonna del Fosco, la cui denominazione ricorda il luogo in altri tempi ricoperto da folti boschi. Vi si svolgono dei pelle­grinaggi nelle domeniche del mese di maggio; tut­tora vi è un calendario ben preciso per le proces­sioni.

La devozione mariana ha origine da un’ appari­zione della Vergine ad un giovane pastore, avvenu­ta l’ultima domenica di giugno dell’anno 1413, mentre tutta la colazione era afflitta da una feroce pestilenza.

Un’epigrafe in caratteri gotici del XV secolo, posta al lato dell’arco trionfale, narra così il fatto:

 

“Anno Domini MCCCCXIIT Die Do­minica ultima mensis Junii apparuit Virgo Maria cum Cruce et Rosa cui­dam puero”.

 

La Madonna affidava al fanciullo la missio­ne di annunciare agli abitanti della prossima Terra di Castagnola di edificare in quel luogo una cappella: così sarebbero rimasti liberi dalla pestilenza che infieriva nella zona. La Madonna pose la mano sul capo del fanciullo, lasciandovi un’impressione, a testimonianza della veridicità della sua missione.

Si decise quindi per la costruzione di un pic­colo edificio votivo in onore della Vergine, nel quale venne realizzato un affresco in ricordo del­l’avvenimento. Tale affresco è tuttora visibile nella parete di fondo della attuale chiesa (anche se eccessivamente ridipinto) e mostra la Vergi­ne in piedi nell’atto dell’imposizione con ai piedi il fanciullo inginocchiato, sulla sinistra, e un angelo, sulla destra; è da attribuire alla mano di un ignoto pittore folignate attivo nella prima metà del XV secolo. (26) 

 (26) La bibliografia precedente lo attri­buiva al pittore eugubino Ottaviano Nelli. Chiesa Madonna del Fosco, interno XIX sec. (foto Angeli)

 La cappellina fu restaurata nel 1768, a segui­to di un’altra pestilenza e di nuovo nel 1811, a seguito di una recrudescenza del male.

La costruzione della chiesa attuale è opera del secolo scorso quando, dopo l’ennesimo re­stauro, si decise finalmente per l’ampliamento dell’edificio, che prese l’aspetto che conserva tutt’oggi: l’8 settembre 1854, fu benedetta la prima pietra.

Il disegno della chiesa e la direzione dei lavori furono affidati a D. Giovanni Merlini, terzo Direttore generale dei Missionari del Pre­ziosissimo Sangue.

Conclusi i lavori, finalmente, l’8 ottobre 1860 il vescovo di Spoleto, mons. G.B. Arnaldi, dopo aver consacrato l’altare, celebrò la prima messa.

Fu in questa occasione che si pose in opera la struttura lignea che incornicia l’immagine della Vergine, dovuta alla munificienza del nobile spoletino Decio Ancaiani e realizzata da un artigiano perugino.                                               

Nel 1960, centenario dell’incoronazione del­l’immagine sacra, vennero eseguiti degli inter­venti conservativi sulla muratura e sul tetto: venne anche messo in evidenza il “vivo sco­glio”, posto sotto l’altare, che era ricoperto da un paliotto ligneo traforato in stile gotico.

Nel corso di questi lavori furono adattati agli originari altari, che decoravano le due navate laterali, i secenteschi altari in legno scolpito e dorato smessi dalla chiesa di S. Felice durante i restauri per il suo originario ripristino. Essi sono abbelliti da due tele raffiguranti, a destra, la Ver­gine tra santi e, a sinistra, una Crocifissione tra S. Domenico e santo vescovo.

Ed ancora, durante questi restauri, nel sepol­crino dell’altare. è stata ritrovata una pergamena con due scritte, una per facciata.

Sulla prima si legge:

“MDCCcLX. Die Octava Mn sis Sep­tembris. Ego Joannes Bapta Amaldi Archiepiscopus Spoletinus consecravi Ecclesiam, et Altare hoc, in Honorein Bine et Inimaculate Virginis Marie, et Reliquias Sanctorum Felicis, Concor­dsi, Grati, Casti et Modestini Merti­rum, in eo inclusi, et singulis Christifidelibus, hodie unum annum, er in die anniversario Consecrationis Hujusmodi ipsain visitantibus quadraginta dies de vera indulgentia, in fbrma Ecclesie, consueta concessi.

+Joannes Baptista Archiepiscopus Spoletanus.”                 

             Sul retro si legge:

“Questa memoria fu riposta sotto la pietra sacra con la teca delle Reliquie dei Santi perché il sepolcrino restò dissacrato: e per rimedio fu  posta altra pietra sacra.

26 marzo 1869 venerdì santo.

Domenico Giuggioloni Missionario Testimnonio “.

                  L’esterno presenta una dignitosa facciata neoclassica, scandita verticalmente da lesene e orizzontalmente da un marcapiano; la parte superiore termina con un timpano triangolare su cui si apre un oculo finestrato. La torre campa­naria è quadrangolare.

 

CASTAGNOLA

    Il castello di Castagnola, che fece parte della citata Normandia, vede la propria storia stretta­mente connessa a quella di Giano, della cui signoria fece parte e di cui seguì la stessa sorte allorquando nel 1247 il cardinale Capocci, per allontanare la città di Spoleto dall’orbita del­l’impero, le cedette questi territori. I rapporti con la città non furono mai cordiali tanto che, di fatto, fu più volte alle dipendenze della chiesa.

Dal 1383 al 1439 fu sotto la signoria dei Trinci.

    Spoleto, dopo numerosi tentativi di esercita­re la propria giurisdizione su Castagnola - che nel 1486 si fornì dello statuto comunale (27) - nel 1479 vi rinunciò e la utilizzò come merce di scambio a vantaggio di un possedimento econo­micamente più appetibile. 

(27) Di natura rurale, lo statuto presenta, dopo le Tavole, il Libro del Civile, il Libro dei Malefitti, quello degli Straordinari e quello dei Dannidati. L’originale è ora conservato presso l’Archivio del Senato della Repub­blica. Nel XVII secolo fu trascritto in lingua volgare: tale testo è ora conservato presso l’Archivio di Stato di Spoleto.

     Nel secolo successivo passò sotto il dominio di Todi, come è testimoniato da uno stemma posto sopra la porta del castello, raffigurante un’aquila con due aquilotti sotto le ali, in pro­prietà ai Prosperi, potenti signori tuderti, sotto cui rimase fino al 1816-18, quando fu unita al Comune di Giano.

Delle antiche mura non rimangono che po­che tracce, mentre la torre di sentina della porta d’ ingresso è stata successivamente trasformata in torre campanaria. Piacevole invece il ricordo di anni migliori che suscitano alcune abitazioni, come il pregevole edificio situato al centro del castello (l’antica sede comunale), in corso di restauro, caratterizzato da una colonna centrale in conci.

     L’unico edificio sacro, all’ interno del castel­lo, è la chiesa di 5. Croce, che sfrutta come muro perimetrale una porzione di mura.

    E’ in conci squadrati e la sua dignità è affidata alla facciata sulla quale, sopra la piccola porta d’ac­cesso, si apre un oculo. Probabilmente la sua costruzione, già documentata nel XIV secolo, vanta origini molto più antiche; l’interno, oggi molto compromesso dal recente terremoto, fu trasformato nel XVIII secolo.

Alla base dell’abitato, fuori dalle mura, c’è la fonte pubblica, edificata nel 1928 non lonta­no dall’antica sorgente, che costituiva un ele­mento indispensabile per l’approvvigionamento idrico del castello medievale.

 

MONTECCHIO 

Importante castello, in posizione dominante sull’ antica via Flaminia, fu - presumibilmente -già fortificato nel X secolo e fece parte anch’es­so della Normandia.

Dalla fine del XII secolo fu sottoposto ai signori di Giano con cui condivise la sorte nel 1247, quando fu oggetto della cessione da parte del cardinale Capocci alla città di Spoleto.

Alla metà del XII secolo anche Montecchio si eresse a comune rurale, insieme a Giano e Castagnola.

Nel 1274 fu oggetto di contesa da parte del Rettore del Ducato: tuttavia la città di Spoleto riuscì a mantenervi il proprio dominio, pagando una ingente somma.

Il XIV secolo vide alternarsi alla guida del castello prima (1373) la signoria degli Atti di Todi e poi (1383) quella folignate dei Trinci.

Nel 1479 passò sotto Bartolomeo della Rovere, che lo aveva ricevuto da suo zio, papa Sisto IV.

111557 vide il momentaneo abbandono del castello da parte dei suoi abitanti a causa del timore del passaggio delle truppe francesi, che si recavano a Napoli per scacciare gli spagnoli.

Nonostante le richieste di aiuto a Spoleto, da parte del priore di Montecchio e del podestà di Giano, essi dovettero difendersi da soli: offriro­no vettovaglie ed evitarono le devastazioni; così poterono rientrare, incolumi, nel castello.

Nel 1815-18 Montecchio fu unito a Giano.

Il castello conserva buona parte della cinta muraria, innalzata nel XII secolo, riedificata nel XIV e rimasta immutata sino ai nostri giorni.

Per una strada in salita che la costeggia, si arriva alla porta di accesso al castello, sormon­tata da una composizione di tre stemmi con al centro il simbolo di Spoleto, del XVI secolo, e altri due poco leggibili. Da qui si giunge in una amena piazzetta in cui si affacciano il piccolo palazzo della Comunità del XVI secolo (con lo stemma del castello costituito da tre monticelli sopra la porta d’ingresso) e il fianco sinistro della chiesa di S. Bartolomeo da cui, sopra il muro perimetrale in conci, si staglia la quadrata torre campanaria.

Alla chiesa, la cui facciata è stata inglobata dalle successive costruzioni. si accede attraver­so un portale laterale in conci a tre rincassi; nella porzione superiore dell’arco è inserita una lunetta scolpita. E molto danneggiata, ma si può ancora leggere la scena principale e la data riportata “A[N]NO D(0MI)NI MCCXXIII” :

tra due figure inginocchiate che seguono il profilo esterno della lunetta in funzione di quinta sce­nica, si ergono al centro due figure ammantate che sollevano un giglio. In corrispondenza, in basso, si distingue la figura zoomorfa di un  pavone.

L’interno, ad un’unica navata e con il tetto a capriate, a cinque campate, conserva la tipolo­gia della originaria costruzione, tipica degli ordini mendicanti, realizzata a cavallo tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV.

Vi sono custoditi numerosi frammenti di affreschi (alcuni dei quali provenienti dalla chie­sa di S. Rocco) e di sculture che testimoniano, attraverso i successivi interventi decorativi, l’im­portanza che la chiesa dovette mantenere nel corso dei secoli: risalenti quasi tutti alla decora­zione pittorica del XIV secolo, fra i più leggibili si possono annoverare il Santo benedicente a destra della porta d’ingresso e, più avanti, una Donna inginocchiata, entrambi facenti parte -probabilmente - della stessa composizione sce­nica. Data la similitudine di mano tra i due, che rivelano una tendenza sì umbra ma notevolmen­te arcaica rispetto ai modelli che si erano andati diffondendo dal cantiere di Assisi, è possibile riferirli alla mano di un medesimo artista.

Di rimpetto all’ingresso una Madonna coi Bambino e una Madonna col Bambino e S. Anna (affreschi staccati).

Nel vano ricavato dietro l’altare e adibito a sagrestia, si conservano due porzioni di affre­sco, più ampie e leggibili, raffiguranti S. Ber­nardino da Siena e S. Leonardo, anch’essi di scuola umbra tra la fine del XIV secolo e gli inizi del successivo.

Per quanto riguarda gli elementi scultorei, oltre a frammenti di epoca romana, ve ne sono altri, come un capitello con figure femminili che funge da leggio, provenienti da una chiesa inti­tolata alla Vergine. La chiesa, originariamente situata lungo la via Flaminia, è oggi scomparsa a causa dei lavori di ampliamento della strada.

Dalla stessa proviene anche il paliotto lapi­deo dell’altare maggiore, datato 1430: su un’u­nica lastra rettangolare tripartita da una cornice, sono stati scolpiti al centro l’Arcangelo Gabrie­le che uccide il drago, a sinistra S.Paolo con la spada e a destra S. Pietro con le chiavi, mentre nelle parti laterali si riscontra la presenza di ele­menti zoomorfi e vegetali.

Numerose risultano anche le opere mobili come i quadri, tutte tele eseguite nel XVII seco­lo: lo Sposalizio della Vergine con lo stemma del castello, la Madonna del Rosario, anch’essa con lo stemma di Montecchio (datata 1635) e un crocifisso ligneo dello stesso secolo.

L’altare maggiore oltre al paliotto già ricor­dato, presenta, addossato alla parete, un ricco apparato ligneo dipinto, al cui interno è custodi­ta una tela secentesca raffigurante, sullo sfondo del castello di Montecchio, la Madonna col Bambino e, in basso, San Bartolomeo e San Lo­renzo. Il ciborio sottostante, in legno dorato, è decorato dalle statue di San Pietro e San Paolo, che ne delimitano la fronte.

Intorno alla piazza, centro e fulcro del castel­lo per la vita civile e religiosa, si snodano una serie di viuzze su cui si affacciano le abitazioni civili.

Fuori dell’abitato, lungo la statale, c’è un edi­ficio con annessa piccola chiesa (S. Rocco),  usato fin dal XIV secolo come ospeda1e.(28)

(28) Unito o dipendente dalla chiesa di 5. Bartolomeo, serviva per fornire ospitalità a chi ne avesse avuto biso­gno. Tale ospedale risulta aperto ancora nel 1809 e tassato per il man­tenimento dell’Ospedale dei Proietti di S. Carlo Borromeo di Spoleto (De Lunel, 1571-72). 

Della chiesa, probabilmente a causa del disu­so, rimangono solamente l’abside e alcuni resti di affreschi.

Nell’edificio, una lapide del 1560, posta sul fianco della scalinata d’ingresso con lo stemma del comune di Spoleto e di Montecchio, sta a testimoniare del possedimento spoletino del castello; essa recita:

“SER ANDREAS. TR / AN-SA­RICUS. DE/ SPOLETO. VICAR/IUS. AERE PUBLI/CO. MONTICULI. FIERI. CURAVIT. /1560”.

 

 

BASTARDO E LA VIA FLAMINIA 

 

Il nucleo abitativo di Bastardo (già Osteria del Bastardo) si è sviluppato nel punto in cui si incrociano (e si incrociavano) due importanti direttrici: l’antica via Flaminia e la via Tuderte (suo diverticolo).

Le vicende evolutive del centro sono quindi particolarmente inerenti allo sviluppo delle due strade e, in particolare, della via Flaminia (29) la quale, fatta costruire tra il 221 e 11 219 a.C., dal console Caio Flaminio, era una delle arterie principali per il collegamento degli eserciti con-solari con il nord, e soprattutto, per quello della capitale con il mare Adriatico.

29)         Probabilmente, sfruttando un antico tracciato di collegamento usato dagli Umbri e dagli Etruschi, la via Flami­nia, uscita da Roma, giungeva a Narni dove, dopo aver superato con il “ponte di Augusto” il fiume Nera, deviava a sinistra e, dopo San Gemi­ni, entrava a Carsulae, importante centro romano, citato da Tacito. Uscita di qui attraverso l’arco di 5. Damiano, in poco tempo raggiunge­va Acquasparta e, superato un mode­sto tonente con il ponte Fonnaia (sulla cui unica arcata superstite venne edificata successivamente la chiesa di 5. Giovanni “in Butris”), proseguiva nei pressi della località “Grotte di Traiano”, che custodisce antiche catacombe cristiane risalenti al I - Il secolo d.C.. Dopo aver costeggiato Villa San Faustino, giun­geva al vicus ad Martis (odierna Massa Martana); superate Viepri e Montecchio, scendeva all’Osteria del Bastardo e quindi a Mevania (l’attuale Bevagna), a Foruin Flami­nii (l’attuale San Giovanni Profiam­ma presso Foligno) e, dopo Nocera Umbra, proseguiva verso il mare Adriatico, come ricorda Strabone nell secolo a.C..

All’inizio del V secolo d.C., in seguito alla perdita di importanza del percorso originario, fu creato un diverticolo il quale, passando per Interamna (attuale Terni), giungeva a Foligno dopo aver attraversato Spoletium e Trebiae. Quest’ultimo tratto è quello che costituisce la attuale via Flaminia.

La Flaminia vetus, rispetto alla recens, non perse però d’ importan­za, tutt’altro. Infatti mantenne nei secoli una funzione strategica sia dal punto di vista religioso, sia da quel­lo politico, in quanto permise, dopo lo scontro tra i Longobardi e i Romani, la pacificazione e la unifi­cazione del territorio da essa attra­versato.

Testimoni dell’antico fulgore, nel tratto di strada che ci interessa da vicino (cioè quello che attraversava il territorio di Giano), rimangono resti di un antico ponte romano e reperti di costruzioni di carattere rustico.

Il primo, denominato “del Diavolo”, è anco­ra visibile dalla s.s. 316 dei Monti Martani (stra­da che si è sovrapposta, in molte parti, alla via antica), uscendo dall’ abitato moderno di Bastar­do in direzione di Foligno. E lungo 17,5 metri e largo tre; è stato realizzato in muratura “a sacco” con grossi massi di calcare squadrati e bugnati regolarmente. L’imbocco che guarda la strada moderna è perfettamente conservato mentre, verso la campagna, l’estremità è crolla­ta. Sotto il ponte, su uno dei due blocchi, è ancora leggibile una iscrizione “M.V.S.N C” (o forse “V.S. IVC”), di incerto significato.

Anche questo ponte, probabilmente, è stato fatto eseguire da Augusto nel 27 a.C., durante la campagna di restauro e rifacimento di tutto il tracciato della via Flaminia.

I reperti furono invece ritrovati nel 1925, aprendo alcune forme per ulivi, lungo il tratto che da Montecchio scende all’Osteria, in loca­lità “Toccioli”. Si tratta di un condotto in terra­cotta - oggi disperso -, di un frammento (di circa m. 4x1) di mosaico a tessere bianche e nere di pregevole fattura, di un grande dolio in terracot­ta che doveva servire per la distribuzione del­l’ acqua e di un cippo in travertino con iscrizio­ne su entrambi i lati: riporta una dedica ai Lan (i geni protettori della famiglia e della casa) pro­babilmente fatta incidere da un amministratore imperiale in occasione del ritorno di un impera­tore nel I o TI secolo, come si evince dall’esame dei caratteri paleografici. Sia il dolio, sia il cippo, sono conservati presso la sede comunale.

Altri resti di costruzioni di epoca romana sono presenti lungo la strada provinciale che porta all’ abbazia di S. Felice: si tratta probabil­mente di “tombe a sacco” del I o Il secolo d.C..

L’antico toponimo di “Osteria del Bastardo”, dato al luogo di incontro di queste due impor­tanti arterie, potrebbe far supporre l’esistenza di una stazione simile a molte altre che dovevano trovarsi lungo la via Flaminia (come quella di “ad Martis” e quella di “Mevania”). Inoltre, a seguito di quanto riportato precedentemente, risulta plausibile supporre la presenza di un uffi­cio dell’amministrazione imperiale lungo una strada di così grande importanza.

                  La più antica testimonianza pervenutaci sul nome della località (“Cappanna del Bastardo”), è contenuta in un atto del1492, stipulato dagli Agostiniani dell’abazia di S. Felice. Nei secoli successivi, oltre al più comune “Osteria del Bastardo”, figurano sporadicamente altri nomi (“Coupona” o “Bettola del Bastardo”), a confer­ma del fatto che l’origine del nome stesso deri­vasse, cosa peraltro usuale in quei tempi, dalla natura illegittima di uno dei primi gestori. (30)

30~Anche nello statuto di Giano del 1536 è documentato (agg. I, pr.), nell’elenco delle elemosine, il versa­mento annuale di “sei libbre” di cera bianca da parte dell’Oste del Bastar­do in favore dei Minori Conventuali di Giano nel giorno della festa di S. Francesco.

            Il toponimo esteso “Osteria del Bastardo” si è mantenuto fino al 1933, quando è stato sosti­tuito con il più breve “Bastardo”.

            Da allora non sono mancate proposte per cambiare questo nome “scomodo”, ma le nume­rose vertenze che si sono verificate nel corso degli anni, non hanno mai sortito cambiamenti definitivi.

                  Questo territorio è stato più volte oggetto di contesa (per questioni di natura prevalentemen­te economica) da parte del vicino comune di Gualdo Cattaneo: contesa che raggiunse il suo apice nel 1942, quando Gualdo inoltrò la domanda di annessione di questa area in cambio di un altro territorio. La domanda però non fu accolta sia per l’opposizione degli abitanti sia per la netta contrarietà del comune di Giano.

                  Il nucleo urbano si ampliò notevolmente a partire dal 1921, in concomitanza con lo sfrut­tamento dei giacimenti di lignite presenti in zona. L’estrazione di questo minerale, iniziata dopo l’Unità d’Italia, diventò sistematica all’i­nizio del XX secolo (anche se documenti testi­moniano di estrazioni più antiche).

   Dopo il 1921 la miniera venne ampliata e la maggior parte della sua produzione destinata alle acciaierie di Terni; nel 1923, iniziarono i lavori per la creazione di una centrale termoe­lettrica.

Purtroppo, a causa degli eccessivi costi del­l’estrazione della lignite rispetto ad altri minera­li e della crisi più generale del mercato, prolun­gatasi fino agli anni cinquanta, nel 1955 si deci­se la totale chiusura del complesso minerario.

   Negli anni sessanta partì il progetto per una sua riapertura curato dall’ENEL: dopo vari studi non si ritenne più vantaggiosa l’estrazione della lignite e, per il funzionamento della centrale, tuttora in funzione, si decise di utilizzare com­bustibile liquido importato.

    Quindi, accanto alle abitazioni di carattere prevalentemente operano, sorsero i primi servi­zi che fecero aumentare l’area abitativa: incre­menti che, fra alti e bassi, si sono registrati fino ai nostri giorni.

   Soltanto poche tracce sono rimaste dell’anti­ca Osteria, attualmente inglobate in un edificio pubblico. Una parte della vecchia centrale ha potuto evitare la demolizione grazie alla sua conversione in edificio scolastico.

   La piccola chiesa di S. Barbara, iniziata intorno agli anni ‘30 grazie alle elemosine degli operai, è stata oggetto di un completo restauro nei primi anni ‘90. Al suo interno conserva una lapide commemorativa dei caduti sul lavoro.

   Non ci sono invece più segni visibili dell’an­tico molino ad olio, documentato in carte otto­centesche, né di un altro ponte di epoca roma­na°~, citato in alcune fonti e presumibilmente collocato al centro del paese.

 

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PAOLA SALVATORI